Dopo la morte di mio figlio

11 Giugno 2022

di Wang Li, Cina

Un giorno di giugno 2014, mia figlia mi ha chiamata d’improvviso per dirmi che mio figlio aveva preso una scossa mentre pescava. Non era sicura dei dettagli, ma mi ha detto di prepararmi a tutto. Saputa la notizia, mi sono seduta sul letto, con la mente in subbuglio. Mio figlio era il pilastro della famiglia. Come saremmo andati avanti se gli fosse successo qualcosa? Quando ho riacquistato un po’ di lucidità, ho considerato che ero una credente da tanti anni e avevo sempre svolto il mio dovere, quindi Dio lo avrebbe protetto. Si sarebbe salvato! Mi sono alzata, barcollante, e ho trovato qualcuno che mi portasse sul luogo dell’incidente. Arrivata, ho visto un medico legale che faceva l’autopsia a mio figlio. Ero stordita, incapace di accettare quello che avevo davanti agli occhi e anche di camminare. Qualcuno mi ha sorretta e accompagnata al suo corpo, passo dopo passo. Guardando il suo cadavere, non ho potuto fare altro che chinarmi e singhiozzare. Il mio nipotino aveva appena quattro mesi. Io e mio marito eravamo in là con gli anni. Come avremmo fatto senza mio figlio? Vedendomi così, mia figlia mi ha detto a bassa voce: “Mamma, lui non c’è più, ma tu hai ancora me, e hai ancora Dio!” Le sue parole, “hai ancora Dio”, mi hanno ridestata dal dolore. Era vero. Dio è il mio sostegno: come potevo dimenticarmi di Lui? Ho ricacciato indietro il dolore, asciugato le lacrime, e sono andata a occuparmi del necessario.

Tornata a casa, il pensiero del volto di mio figlio mi ha fatto venire da piangere. Soffrivo davvero molto. Amici, parenti e vicini ghignavano e dicevano in modo tagliente: “E così tu credi in Dio, ma tuo figlio è comunque morto per una scossa? Dio non ha protetto la tua famiglia, nonostante la tua fede!” Dopo, anche mia figlia mi ha criticata, dicendo: “Perché mio fratello è morto se tu sei una credente? Perché Dio non l’ha protetto?” Sentire queste cose non ha fatto che acuire il mio dolore ancor più. Non sopportavo il loro scherno, e ho iniziato a nutrire nozioni e incomprensioni verso Dio. Ripensavo a come mi ero spesa durante il mio periodo di fede nel Signore. A volte facevo chilometri in bicicletta per andare a sostenere altri credenti, e d’estate o d’inverno, con la pioggia o con il vento, non rimandavo mai. Dopo aver accolto l’opera di Dio degli ultimi giorni, mi sono sacrificata ancora di più per il mio dovere, e ho partecipato con entusiasmo a diffondere il Vangelo e a irrigare i nuovi credenti. Ho continuato a seguire Dio anche quando il gran dragone rosso mi ha oppressa e ha saccheggiato la mia casa. Perché Dio non aveva protetto la mia famiglia, dopo tutto ciò che avevo dato? Perché era accaduto? Lo percepivo sempre più come un torto e non riuscivo a trattenere le lacrime. Sono rimasta molto depressa per alcuni giorni. Non volevo leggere le parole di Dio né pregare, e mi trascinavo fino alla fine di ogni giorno con l’oscurità nel cuore. Rendendomi conto di essere in uno stato pericoloso, ho pregato Dio, dicendo: “Dio, non riesco ad accettare la morte di mio figlio. Ti sto fraintendendo e incolpando. Dio, sono così negativa e debole in questo momento. Ti prego, salvami, aiutami a capire la Tua volontà e a uscire dal mio stato sbagliato”.

Finito di pregare, ho letto queste parole di Dio: “Se desiderano essere salvati e guadagnati completamente da Dio, tutti coloro che Lo seguono devono affrontare tentazioni e attacchi grandi e piccoli da parte di Satana. Coloro che emergono da queste tentazioni e da questi attacchi e sono in grado di sconfiggere completamente Satana sono coloro che sono stati salvati da Dio” (“L’opera di Dio, l’indole di Dio e Dio Stesso II” in “La Parola appare nella carne”). “Le persone non ancora salvate sono prigioniere di Satana, senza libertà, non sono state abbandonate da Satana, non sono qualificate e non hanno diritto a adorare Dio, e sono inseguite da vicino e crudelmente attaccate da Satana. Tali persone non hanno alcuna felicità, alcun diritto a un’esistenza normale, e inoltre alcuna dignità di cui parlare. Solo se resisti e combatti contro Satana, utilizzando la tua fede in Dio, la tua obbedienza e il timore nei Suoi confronti come armi con le quali combattere una battaglia di vita o di morte contro Satana, in modo tale da sconfiggerlo completamente e che egli se la dia a gambe e diventi un codardo tutte le volte che ti vede, abbandonando completamente i suoi attacchi e le sue accuse contro di te, solo allora sarai salvato e diverrai libero. Se sei deciso a distaccarti completamente da Satana, ma non sei equipaggiato con le armi che ti aiuterebbero a sconfiggerlo, sarai ancora in pericolo; con il passare del tempo, quando sarai stato così tanto torturato da Satana che in te non sarà rimasto un briciolo di forza, ma non essendo comunque ancora in grado di rendere testimonianza, non essendoti ancora completamente liberato dalle accuse e dagli attacchi di Satana contro di te, avrai una piccola speranza di salvezza. Alla fine, quando verrà proclamata la conclusione dell’opera di Dio, sarai ancora nelle grinfie di Satana, incapace di liberarti e così non avrai mai una possibilità o una speranza. Quindi, è sottinteso che tali persone rimarranno completamente prigioniere di Satana” (“L’opera di Dio, l’indole di Dio e Dio Stesso II” in “La Parola appare nella carne”). Dalle parole di Dio, ho capito che la morte di mio figlio era per me un test. Dovevo affidarmi alla mia fede per superarla e testimoniare Dio, e non essere negativa e debole come invece facevo, perdere la fede in Dio, fraintenderLo e incolparLo. Ho pensato a quando Giobbe fu testato da Satana. Il suo bestiame e tutti i suoi beni furono rubati dai ladri, i suoi 10 figli morirono tutti, e il suo corpo si ricoprì interamente di pustole. Ma Giobbe preferì maledire il giorno della sua nascita piuttosto che rinnegare il nome di Dio e incolpare Lui. E disse: “Jahvè ha dato, Jahvè ha tolto; sia benedetto il nome di Jahvè” (Giobbe 1:21). Giobbe rese una meravigliosa e risonante testimonianza a Dio e svergognò Satana. Io, invece, stavo fraintendendo e incolpando Dio solo per aver perso mio figlio. Non potevo lontanamente paragonarmi a Giobbe, mi vergognavo così tanto. Ho anche pensato che, quando Giobbe fu testato, sua moglie gli consigliò di abbandonare Dio e morire. Sembrava fosse lei a condannarlo ma, sotto la superficie, era Satana che lo testava. I miei amici, i miei parenti e mia figlia non stavano forse rivestendo il ruolo di Satana? Attraverso la derisione di coloro che mi circondavano, Satana mi testava e attaccava per indurmi a tradire Dio. Se avessi continuato a vivere nella negatività e nell’incomprensione e a incolpare Dio, sarei caduta nel tranello di Satana e sarei diventata il suo zimbello, in tutto e per tutto. Allora mi sono resa conto che Satana se ne stava lì a osservarmi di continuo, mentre Dio sperava che io testimoniassi Lui e umiliassi Satana. In tutti i miei anni di fede, sapevo di aver goduto di tanto nutrimento delle parole di Dio, e che ora era giunto il momento di testimoniarLo. Dovevo smettere di fraintendere e incolpare Dio, e ridere in faccia a Satana. Dovevo rendere testimonianza e svergognare Satana! A quel punto, non mi sentivo più infelice e disperata come prima. La mia fede è cresciuta ed ero pronta ad affidarmi a Dio e a superare quella situazione.

In seguito, mi sono chiesta perché fossi stata così negativa e piena di rimostranze in quella situazione. Poi, un giorno, ho letto un passo delle parole di Dio. “Speri che la tua fede in Dio non comporti sfide o tribolazioni, né la benché minima avversità. Persegui costantemente cose immeritevoli e non attribuisci alcun valore alla vita, e anteponi, invece, i tuoi pensieri stravaganti alla verità. Sei talmente indegno! […] Ciò che persegui è essere in grado di ottenere la pace dopo aver creduto in Dio, perché i tuoi figli non si ammalino, perché tuo marito abbia un buon lavoro, tuo figlio trovi una buona moglie, tua figlia trovi un marito rispettabile, i tuoi buoi e cavalli arino la terra per bene, perché ci sia un anno di bel tempo per le tue colture. Questo è ciò che ricerchi. Ti preoccupi solo di vivere nell’agiatezza e che nessuna disgrazia si abbatta sulla tua famiglia, che i venti ti passino accanto, che il tuo viso non sia graffiato dal pietrisco, che le colture della tua famiglia non vengano inondate, di non subire alcun disastro, di vivere nell’abbraccio di Dio, di vivere in una casa accogliente. Un vigliacco come te che persegue costantemente la carne – hai forse un cuore, uno spirito? Non sei una bestia? Io ti do la vera via senza chiedere nulla in cambio, ma tu non la persegui. Sei uno di quelli che credono in Dio? […] La tua vita è spregevole e ignobile, vivi in mezzo a sudiciume e dissolutezza e non persegui alcun obiettivo; non è la tua vita la più ignobile di tutte? Hai l’impudenza di volgere lo sguardo a Dio? Se continui a fare esperienza in questo modo, non è che non otterrai nulla? Ti è stata data la vera via, ma che alla fine tu la possa guadagnare o meno dipende dalla tua ricerca personale” (“Le esperienze di Pietro: la sua conoscenza del castigo e del giudizio” in “La Parola appare nella carne”). Dalle parole di Dio, ho capito di aver frainteso e incolpato Dio dopo la morte di mio figlio perché avevo una prospettiva sbagliata nella mia fede. Da quando credevo, mi ero aggrappata all’obiettivo delle benedizioni, convinta che per la fede di una sola persona tutta la famiglia debba essere benedetta. E lo pensavo anche dopo aver accolto l’opera di Dio degli ultimi giorni, persuasa che, fintanto che mi fossi spesa per Dio, avessi sofferto e pagato un prezzo, Dio avrebbe di certo benedetto me e protetto e salvaguardato la mia famiglia. Ecco perché, a prescindere dal compito che la Chiesa mi assegnasse, mi sottomettevo e non mi arrendevo mai, per quanto difficile fosse, impegnandomi a fondo ad andare avanti, accettando con gioia qualsiasi sofferenza. A prescindere dalle calunnie di amici e familiari e dell’oppressione da parte del governo, ho continuato a svolgere il mio dovere, senza mai tirarmi indietro. Ma, quando mio figlio è morto di colpo per quella scossa, vivevo ogni giorno nella disperazione, senza voler pregare né leggere le parole di Dio. Non avevo più lo stesso desiderio di ricercare, e ho persino tentato di discutere con Dio, usando i miei sforzi passati come capitale. Incolpavo Dio per non aver tenuto conto di tutti i sacrifici che avevo fatto e non aver protetto mio figlio. Non ho visto la mia vera levatura finché non è stata rivelata da quella situazione. In passato, avevo sempre pensato di saper compiere sacrifici per Dio, soffrire e pagare un prezzo, di esserGli devota e obbediente, e che alla fine Lui mi avrebbe sicuramente salvata. Ma la morte di mio figlio ha rivelato la mia vera levatura e allora ho visto che troppi secondi fini e adulterazioni si celavano dietro i miei sforzi. Faevo tutto in cambio di grazia e benedizioni e, quando i miei obiettivi e speranze si sono infranti, non avevo la minima volontà di lottare o di compiere il mio dovere. Questo mi ha mostrato che tutti quegli anni di duro lavoro erano solo per le benedizioni, per stringere un accordo con Dio, non per svolgere il mio dovere e soddisfarLo. Stavo usando e ingannando Dio. Era una visione così vile e abietta della fede. Per questo, mi sentivo davvero in debito con Dio e mi odiavo per aver creduto tutti quegli anni senza perseguire la verità né testimoniare Dio. In ginocchio davanti a Dio, ho pregato in lacrime: “Dio, da tempo vivo ormai in uno stato negativo, fraintendendoTi e incolpandoTi. Questo è così doloroso e deludente per Te! O Dio, voglio pentirmi!”.

Poi, un giorno, ho letto queste parole di Dio: “Tutti hanno un’adeguata destinazione. Tali destinazioni sono determinate in base all’essenza di ciascun individuo e non hanno assolutamente nulla a che fare con altre persone. Il comportamento malvagio di un figlio non può ricadere sui suoi genitori, né la sua rettitudine può essere condivisa con i suoi genitori. La condotta malvagia di un genitore non può ricadere sui suoi figli, e la sua rettitudine non può essere condivisa con i suoi figli. Ognuno porta il peso dei propri peccati e ognuno gode delle proprie rispettive benedizioni. Nessuno può prendere il posto di un altro. Questa è giustizia. Dal punto di vista dell’uomo, se i genitori ricevono benedizioni, altrettanto accade ai loro figli, e se i figli compiono il male, anche i genitori ne devono espiare i peccati. Questa è la prospettiva umana e il modo dell’uomo di fare le cose; non è la prospettiva di Dio. L’esito di ciascuno è determinato dall’essenza che si manifesta attraverso la sua condotta, ed è sempre determinato in modo pertinente. Nessuno può farsi carico dei peccati di un altro; e, a maggior ragione, nessuno può ricevere la punizione al posto di un altro. È qualcosa di assoluto” (“Dio e l’uomo entreranno nel riposo insieme” in “La Parola appare nella carne”). Riflettendo sulle parole di Dio, ho visto che la destinazione di ognuno è determinata in base alla sua essenza, al fatto che compia il bene o il male, e non ha a che fare con gli altri. Nella mia fede e nei miei compiti, a prescindere dalla sofferenza e dal prezzo pagato, compivo solo il mio dovere, adempivo alla mia responsabilità, agli obblighi di un essere creato. Questo non aveva niente a che fare con il destino o l’esito di mio figlio, e lui non avrebbe beneficiato delle mie traversie e dei miei sforzi. Un’intera famiglia poteva essere benedetta dalla fede di una sola persona nell’Età della Grazia; ma ora, negli ultimi giorni, ognuno è suddiviso secondo il suo tipo. Dio determina l’esito di ogni persona in base alle azioni che essa compie. Ero convinta che, poiché mi impegnavo nel mio dovere, Dio avrebbe dovuto proteggere mio figlio. Ma questa era una prospettiva assurda, per niente in linea con la verità. Dio è il Creatore, e i destini di tutte le cose e della vita di ognuno sono nelle Sue mani. Dio ha stabilito molto tempo fa per quanti anni sarebbe vissuto mio figlio, che è morto perché era la fine della durata di vita che Dio aveva stabilito per lui, e nessuno poteva cambiarlo. Ognuno, che creda o no in Dio, è un essere creato nelle Sue mani. Dio ha il potere di impartire le disposizioni appropriate per ogni singola creatura e, qualsiasi siano le Sue orchestrazioni e disposizioni, Egli è giusto. Devo sottomettermi al Suo dominio. Questa comprensione ha subito illuminato il mio cuore e mi sono sentita meno infelice. Il mio stato è via via migliorato, e pregavo e leggevo le parole di Dio ogni giorno. A volte, facevo comunione con i fratelli e le sorelle sul mio stato e la morte di mio figlio ha iniziato a pesarmi meno.

Quel novembre, sono diventata leader della Chiesa. Ero così grata a Dio, e ci ho messo tutta me stessa. Poco tempo dopo, è stato emesso il risarcimento per la morte di mio figlio ma, con mia enorme sorpresa, mia nuora voleva tenere tutto per sé. Si è persino presa di nascosto tutti i risparmi di una vita e tutti i beni di valore di mio figlio. Poi è scappata con il loro bambino. Sono rimasta a guardare la loro camera da letto vuota e a pensare a quando lui era vivo. Una volta, la famiglia era unita, si parlava e si rideva, ma ora una vita e anche dei beni erano svaniti. Non potevo che versare lacrime amare. Mio figlio non c’era più e sua moglie se n’era andata, scappata via con tutti i beni di valore. La nostra famiglia era infranta, distrutta, non avevo nulla. Avevo creduto per tanti anni, svolgendo il mio dovere in ogni condizione, e mi ero dedicata al lavoro della Chiesa ogni giorno da quando ero diventata una leader. Non rifuggivo nessuna difficoltà, per quanto grande fosse. Ero una vera credente e compivo sforzi autentici per Dio. Perché Dio non faceva qualcosa per il modo in cui mia nuora mi trattava? Mi sentivo sempre più offesa, incredibilmente sconsolata e addolorata.

Un giorno, triste e in lacrime, ho rammentato un passo delle parole di Dio. “Mentre subiscono le prove è normale che gli uomini siano deboli o abbiano in sé della negatività, o manchino di chiarezza riguardo alla volontà di Dio o la loro via della pratica. Ma tu comunque devi avere fede nell’opera di Dio e non rinnegarLo, proprio come Giobbe. Sebbene fosse debole e maledicesse il giorno in cui era nato, Giobbe non negò che tutte le cose della vita umana fossero elargite da Jahvè e che Jahvè è anche Colui che le toglie tutte. In qualunque modo fosse messo alla prova, mantenne questa fede. Nella tua esperienza, indipendentemente da quale raffinamento tu subisca attraverso le parole di Dio, ciò che Dio vuole dall’umanità, in sintesi, è la fede e l’amore dell’umanità per Lui. Ciò che Egli perfeziona operando in questo modo è la fede, l’amore e le aspirazioni degli uomini. Dio compie l’opera della perfezione sugli uomini e loro non possono vederla, non possono sentirla; in queste circostanze è necessario che tu abbia fede. La fede degli uomini è necessaria quando non si può vedere qualcosa a occhio nudo, e la tua fede è necessaria quando non puoi rinunciare alle tue nozioni. Quando non hai chiarezza in merito all’opera di Dio ciò che ti è richiesto è avere fede, prendere una posizione salda e rendere testimonianza. Quando Giobbe arrivò a questo punto, Dio gli apparve e gli parlò. In altre parole, è solo da dentro la tua fede che sarai in grado di vedere Dio e, quando avrai fede, Dio ti porterà a perfezione. Senza fede non può farlo” (“Coloro che devono essere resi perfetti devono essere sottoposti a raffinamento” in “La Parola appare nella carne”). Riflettendo su tutto questo, ho visto che Dio perfeziona la nostra fede e il nostro amore attraverso le difficoltà. Qualsiasi cosa affrontiamo, qualunque dolore e difficoltà incontriamo, Dio spera che ci affidiamo alla nostra fede per superarli e testimoniarLo. Ho pensato a Giobbe, che perse tutti i beni della sua famiglia e i suoi figli, trasformandosi da ricco in un uomo povero e indigente. Eppure, fu comunque capace di prostrarsi e lodare il nome di Jahvè Dio, perché non credette mai di aver ottenuto le sue ricchezze grazie alla sua fatica, né considerava i suoi figli come una proprietà personale. Sapeva molto chiaramente che tutto gli veniva da Dio. Apparentemente, sembrava che i ladri gli avessero rubato tutto, ma lui non guardava le cose superficialmente: accettava ciò che Dio disponeva e si sottometteva. La fede di Giobbe e il suo rispetto per Dio furono affinati attraverso ripetute prove e tribolazioni. E così fu per Abramo, che non ebbe figli fino a 100 anni di età eppure, quando Dio gli chiese di offrire suo figlio in sacrificio, per quanto doloroso fosse per lui, non negoziò né discusse con Dio. Sapeva era stato Dio a dargli quel figlio, e quindi, se Dio lo rivoleva, lui doveva restituirlo. Giobbe e Abramo avevano entrambi enorme coscienza e ragione, e la loro fede e la loro sottomissione potevano resistere al test della realtà. Quanto a me, invece, quando mio figlio è morto, ho frainteso e incolpato Dio, e poi, quando ho capito meglio la volontà di Dio grazie alle Sue parole, mi sono sottomessa un po’, e così credevo di aver acquisito levatura e di poter testimoniare. E invece, quando mia nuora se n’è andata con i nostri beni di famiglia, ho di nuovo manifestato delle lamentele. Ho visto che volevo solo godere delle benedizioni e dei doni di Dio, ma non sapevo sopportare alcun disastro o disgrazia, cose che mi colmavano di negatività e rimostranze. Non avevo alcuna autentica riverenza o sottomissione a Dio. Quanto rivelato di volta in volta da quelle situazioni mi ha mostrato la mia vera levatura. Senza, sarei ancora accecata dalla mia buona condotta esteriore, e penserei che continuare a compiere un dovere dopo la morte di mio figlio significasse possedere una certa devozione e levatura. Ma Dio sapeva quanto fossero profondamente radicate la mia mentalità transazionale e la mia ambizione alle benedizioni. Ho dovuto passare attraverso tutto questo per poter gradualmente purificarmi e cambiare un po’. Dio ha permesso che tutto ciò mi accadesse per poter salvarmi. Più ci pensavo, più mi sentivo in colpa, e mi sono prostrata davanti a Dio in preghiera: “O Dio! Ora vedo che, dopo tutti i miei anni da credente, non ho ancora autentica fede in Te. Mi lamento ancora quando succede qualcosa che non mi piace, e sono totalmente priva di testimonianza. Dio, voglio pentirmi davanti a Te. Ti prego, guidami a conoscere me stessa”.

In seguito, ho letto un passo delle parole di Dio che mi ha fornito vera comprensione sul cammino che avevo realmente percorso in tutti quegli anni. La parola di Dio dice: “Poiché le persone di oggi non possiedono la stessa umanità di Giobbe, qual è la sostanza della loro natura e il loro atteggiamento nei confronti di Dio? Lo temono? Fuggono il male? Coloro che né temono Dio né fuggono il male possono essere descritti con tre sole parole: ‘nemici di Dio’. Spesso pronunciate queste tre parole, ma non avete mai compreso il loro vero significato. Le parole ‘nemici di Dio’ hanno una loro essenza: non significano che Dio vede l’uomo come nemico, ma che l’uomo vede Dio come nemico. Prima di tutto, quando le persone iniziano a credere in Dio, chi tra loro non ha i suoi scopi, le sue motivazioni e le sue ambizioni? Anche se alcune persone credono nell’esistenza di Dio, e l’hanno percepita, la loro fede in Dio contiene ancora quelle motivazioni, e il loro scopo ultimo nel credere in Dio è quello di ricevere le Sue benedizioni e le cose che essi desiderano. Nelle esperienze della vita, spesso pensano a sé stesse: ‘Per Dio ho rinunciato alla famiglia e alla carriera, e Lui che cosa mi ha dato? Devo anche aggiungere, e confermare: ho forse ricevuto qualche benedizione di recente? In questo periodo ho dato tanto, ho corso a destra e a manca, e ho sofferto da morire, ma in cambio Dio mi ha fatto qualche promessa? Si è forse ricordato delle mie buone azioni? Che fine farò? Potrò ricevere le benedizioni di Dio?…’ Ogni persona costantemente, nel suo intimo, fa questi calcoli, e avanza a Dio richieste che recano le sue motivazioni, le sue ambizioni e una mentalità affaristica. Vale a dire, nel suo intimo l’uomo saggia continuamente Dio, escogitando continuamente piani a proposito di Dio, e dibattendo costantemente con Lui il caso riguardante il proprio fine personale, e tentando di estorcere a Dio una dichiarazione, per vedere se Egli può concedergli ciò che desidera oppure no. Nello stesso tempo in cui ricerca Dio, l’uomo non Lo tratta come Dio. L’uomo ha sempre tentato di concludere accordi con Lui, facendoGli richieste senza tregua, e anche sollecitandoLo a ogni passo, tentando di prendersi tutto il braccio dopo aver avuto la mano. Mentre sta cercando di concludere accordi con Dio, l’uomo dibatte con Lui, e c’è anche chi, nel momento in cui gli capitano delle prove o si trova in determinate situazioni, spesso diventa debole, passivo e fiacco nel suo lavoro, e pieno di lamentele riguardanti Dio. Dal primo momento in cui ha iniziato a credere in Dio, l’uomo Lo ha considerato un pozzo di San Patrizio, un ‘jolly’, e si è autoproclamato come il più grande creditore di Dio, come se tentare di ottenere benedizioni e promesse da Dio fosse un suo diritto e obbligo innato, mentre la responsabilità di Dio sarebbe quella di proteggere l’uomo, prenderSi cura di lui e mantenerlo. Ecco l’interpretazione di base del concetto ‘fede in Dio’ da parte di tutti coloro che credono in Lui, e tale è la loro più profonda comprensione di questo concetto. A partire dalla sostanza della natura dell’uomo fino alla sua ricerca soggettiva, non c’è niente che si collega con il timore di Dio. Lo scopo dell’uomo nel credere in Dio presumibilmente non ha niente a che fare con l’adorazione di Dio. Vale a dire, l’uomo non ha mai considerato né compreso che la fede in Dio implica il timore e l’adorazione di Dio. Alla luce di tali condizioni, l’essenza dell’uomo è ovvia. E di quale essenza si tratta? Il cuore dell’uomo è maligno, un ricetto di perfidia e disonestà, non ama la correttezza e la giustizia, o ciò che è positivo, ed è spregevole e avido. Il cuore dell’uomo non potrebbe essere più chiuso nei confronti di Dio; l’uomo non l’ha mai dato affatto a Dio. Egli non ha mai visto il vero cuore dell’uomo, e non è mai stato adorato da lui. Indipendentemente da quanto sia grande il prezzo pagato da Dio, da quanto lavoro Egli compia, o da quanto fornisca all’uomo, egli rimane cieco e totalmente indifferente a tutto questo. L’uomo non ha mai donato il suo cuore a Dio, vuole provvedere da solo al suo cuore e prendere le sue decisioni, e ciò sottintende che non desidera seguire la via del timore di Dio e del rifiuto del male, né obbedire alla sovranità e alle disposizioni di Dio, e non desidera adorare Dio in quanto Tale. Ecco lo stato attuale dell’uomo” (“L’opera di Dio, l’indole di Dio e Dio Stesso II” in “La Parola appare nella carne”). La rivelazione e il giudizio delle parole di Dio mi hanno così commossa. Le parole “nemici di Dio” sono state particolarmente dure per me. Non avrei mai immaginato di poter essere smascherata come un nemico di Dio dopo tutti i miei anni di fede, ma le parole di Dio rivelavano realmente la verità su di me. “Ognuno per sé e che gli altri si arrangino” e “Non fate nulla senza un tornaconto” erano i veleni satanici secondo cui vivevo. Ero diventata così egoista, abietta ed egocentrica. Mettevo i miei interessi al di sopra di tutto, e in ogni cosa consideravo solo se sarei stata benedetta o meno, se ne avrei tratto beneficio. Mettevo sempre i miei interessi al primo posto. All’inizio, sono diventata credente con l’obiettivo di ricevere grazia e benedizioni. Dopo aver accolto la nuova opera di Dio, non ho chiesto direttamente a Dio queste cose, ma nel profondo sentivo che, poiché mi stavo spendendo, Dio avrebbe dovuto proteggermi e concedermi tutte le benedizioni che volevo. Ho anche sfacciatamente pensato di meritarlo, e che, siccome avevo pagato un prezzo, Dio doveva restituirmelo, o sarebbe stato ingiusto. Quando la mia famiglia era al sicuro e in salute, e vedevo la grazia e le benedizioni di Dio, ero piena di energia nel mio dovere e sentivo che qualsiasi sofferenza valesse la pena. Quando mio figlio è morto per quella scossa, ho visto che Dio non stava proteggendo la mia famiglia, ed ero piena di risentimento verso di Lui. Quando i miei interessi sono stati compromessi, ho incolpato Dio per non aver vegliato su di me. Ho persino usato i miei sforzi e sofferenze come merce di scambio per discutere con Lui. Davo per scontata ogni grazia da parte di Dio, ma poi, quando faceva qualcosa che non mi piaceva, ero subito insoddisfatta di Lui, lamentandomi e giudicandoLo male. Ho visto che ero egoista e malvagia, del tutto priva di coscienza e ragione. Ero una non credente, in tutto e per tutto un nemico di Dio! Ho pensato a Paolo, che viaggiò in tutta l’Europa per condividere il Vangelo e soffrì molto, ma fece tutto solamente in cambio delle benedizioni del Regno di Dio. Dopo aver realizzato molto, egli disse: “Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia” (2 Timoteo 4:7-8). Che razza di affermazione! Paolo intendeva dire che aveva sofferto così tanto per diffondere il Vangelo che Dio doveva dargli una corona, e che lo meritava, altrimenti Dio sarebbe stato ingiusto. Dicendo questo, stava costringendo Dio e in sostanza Lo provocava, Gli avanzava pretese e Lo sfidava apertamente. Alla fine, offese l’indole di Dio ed Egli lo punì. Ho visto che io ero identica. Incolpavo e fraintendevo Dio quando non vedevo la Sua grazia e le Sue benedizioni, giudicandoLo ingiusto nel mio cuore. Non percorrevo, come Paolo, un cammino avverso a Dio?

Dopo, ho letto altre parole di Dio: “Non vi è correlazione fra il dovere dell’uomo e l’eventualità che egli sia benedetto o maledetto. Il dovere è ciò che l’uomo dovrebbe compiere; è la sua vocazione mandata dal cielo e non dovrebbe dipendere da ricompense, condizioni o ragioni. Soltanto così egli starà compiendo il suo dovere. Benedetto è chi, dopo avere sperimentato il giudizio, viene reso perfetto e gioisce delle benedizioni di Dio. Maledetto è chi, dopo avere sperimentato il giudizio e il castigo, non va incontro a una trasformazione dell’indole, ossia non viene reso perfetto, bensì punito. Ma a prescindere dal fatto che siano benedetti o maledetti, gli esseri creati dovrebbero compiere il loro dovere, fare ciò che dovrebbero fare e ciò che sono in grado di fare; questo è il minimo che una persona, una persona che ricerca Dio, dovrebbe fare. Tu non dovresti compiere il tuo dovere solo per essere benedetto, né rifiutarti di agire per timore di essere maledetto. Lasciate che vi dica quest’unica cosa: compiere il proprio dovere è ciò che l’uomo dovrebbe fare, e se non è in grado di farlo, questo dimostra la sua ribellione” (“La differenza tra il ministero di Dio incarnato e il dovere dell’uomo” in “La Parola appare nella carne”). È vero. Un dovere è un incarico che Dio ci affida, e una responsabilità a cui non possiamo sottrarci. È giusto e appropriato, proprio come il rispetto dei bambini verso i genitori. Deve essere incondizionato. In quanto essere creato, compiere dei sacrifici nella mia fede e nel mio dovere è una mia responsabilità, un obbligo che devo adempiere. Non dovrei considerarlo un capitale o una merce di scambio per trattare con Dio. Che alla fine goda di benedizioni o patisca delle disgrazie, devo sottomettermi al dominio e alle disposizioni di Dio, e svolgere il mio dovere. Dalla nascita alla morte, nelle calamità o nella buona sorte, sia che si abbia fede oppure no, si è destinati a incontrare molte difficoltà e battute d’arresto nel corso della propria vita. La morte prematura di mio figlio e le altre disgrazie della mia famiglia erano tutte cose perfettamente normali. Ma io avevo un desiderio eccessivo di benedizioni e avevo fatto dei sacrifici nel mio dovere, sentivo di aver dato un vero contributo, quindi volevo usare queste cose per chiedere a Dio una ricompensa. E, quando non l’ho ottenuta, L’ho frainteso e incolpato. Ho visto quanto fosse egoista e abietta la mia natura, e che assurda prospettiva avessi. Ho pensato all’enorme sofferenza e umiliazione che Dio ha subìto incarnandoSi due volte per la nostra salvezza, eppure non ha mai espresso quanto sangue, sudore e lacrime abbia pagato per questo. Egli esprime le verità in silenzio nell’oscurità, compiendo la Sua opera di salvezza dell’umanità. Il Suo amore per noi è così grande! Avendo creduto per anni, ho goduto di così tanta grazia e benedizione da parte di Dio e di irrigazione e nutrimento da parte della verità, ma ho sempre voluto usare i miei miseri sacrifici come capitale, pretendendo sfacciatamente che Dio mi benedicesse e proteggesse i miei familiari. Ho visto che ero incredibilmente sfrontata e irragionevole. Questo accresceva il mio rimorso e senso di colpa. Ho ricordato le parole di Dio: “Coloro che sono privi di umanità sono incapaci di amare davvero Dio. Quando l’ambiente è protetto e sicuro, o quando possono trarre un qualche profitto, obbediscono a Dio in tutto e per tutto, ma non appena ciò che desiderano viene distrutto o alla fine va in frantumi, si ribellano immediatamente. Persino nell’arco di una sola notte, sono capaci di trasformarsi da persone sorridenti e ‘di animo gentile’ in spaventosi e feroci assassini, pronti a trattare il proprio benefattore di ieri come un mortale nemico, senza alcuna valida motivazione o ragione. Se questi demoni non vengono scacciati, questi demoni che ucciderebbero senza battere ciglio, non diverranno un pericolo nascosto?” (“L’opera di Dio e la pratica dell’uomo” in “La Parola appare nella carne”). Le parole di Dio mi hanno del tutto messa a nudo. Ero proprio quel tipo di persona. Avevo fede per ottenere delle benedizioni e, quando i miei desideri non venivano esauditi o succedeva qualcosa di brutto alla mia famiglia, mi opponevo subito a Dio e nutrivo risentimento verso di Lui, persino trattandoLo come un nemico. Sono state le rivelazioni delle Sue parole a mostrarmi alla fine il mio vero volto. Ho scoperto che ero ribelle a Dio per natura. Capirlo mi ha colmata di rimorso e senso di colpa. In ginocchio davanti a Dio e in preda al rimorso, ho pregato in lacrime: “Dio, sono esattamente il tipo di persona priva di umanità che Tu descrivi. Volevo usare il poco che ho dato per fare accordi con Te. Ti ingannavo e avversavo: sono così in debito con Te! Dio, voglio pentirmi davanti a Te. Qualunque cosa Tu disponga, sono pronta a sottomettermi e ad accettarla, a compiere il mio dovere con tutta me stessa per ripagare il tuo amore!” Da allora, mi sono impegnata di più a pregare Dio, a leggere le Sue parole e a mettere tutta la mia energia nel mio dovere. In questo modo, ho riacquistato pace e gioia, e non ero più logorata dal dolore per la perdita di mio figlio.

Anche se è stata un’esperienza dolorosa, è stato proprio quel tipo di sofferenza a mostrarmi il mio scopo abietto di perseguire le benedizioni e la corruzione e l’adulterazione della mia fede, e ho acquisito una certa comprensione della mia natura satanica ribelle a Dio. Senza passare attraverso queste difficoltà e senza la rivelazione dei fatti, non avrei visto la mia vera levatura. Questa esperienza mi ha davvero insegnato che più affrontiamo cose spiacevoli, più verità ci sono da ricercare. E vi si celano l’amore e la salvezza di Dio per noi. Lode a Dio!

Sei disposto ad essere una pecora che ascolta la voce di Dio per accogliere il Suo ritorno?

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